
Perché l’arte contemporanea (forse) fa schifo eppure continuiamo a fingere che ci piaccia.
“Lo confesso, non capisco l’arte contemporanea o forse la capisco fin troppo ed è proprio questo il problema: mi ostino ancora a cercare segni, la mano, la traccia viva dell’essere umano.
Negli anni ho imparato che, nell’arte contemporanea, più è vuoto e più è concettuale. Una tela bianca? E’ un grido sull’incomunicabilità dell’uomo moderno. Un mucchio di mattoni? E’ una riflessione sulla fragilità dell’esistenza. Una banana attaccata con lo scotch al muro? Geniale.
Ma se provo a dire che una banana attaccata al muro io la chiamerei spesa dimenticata, mi accusano di essere arretrata, di non capire il linguaggio dell’arte.
C’è chi davanti a una lattina di zuppa o a un mucchio di ferraglia esposti come “installazione” prova una certa vertigine ma non quella dell’estasi estetica. Piuttosto quella dell’incredulità (sul serio?).
L’arte contemporanea, dicono, è un linguaggio che pochi capiscono, forse è vero, ma il dubbio che spesso sorge è un altro: non sarà che, più che un linguaggio, si è trasformata in un codice segreto per pochi eletti? Oggi pare che basti una spiegazione lunga quanto un romanzo per dare dignità a un’idea nata in cinque minuti.
E il bello è che funziona! Basta scrivere un titolo enigmatico – Sospensione del significato nella memoria del vuoto – e subito l’opera diventa intoccabile.
E il pubblico? Complice perfetto! Tutti annuiscono, anche se dentro pensano (non capisco nulla ma dev’essere importante, altrimenti non l’avrebbero esposto). Nessuno osa dire che non piace, perché ammetterlo significherebbe confessare una colpa culturale, un peccato di ignoranza e così ci troviamo a venerare il nulla, con il terrore di sembrare fuori dal coro.
Un tempo l’arte cercava la bellezza, la tecnica, la forma, il senso. Oggi cerca lo shock, la provocazione, l’idea che faccia rumore più che emozione. E così, in una società che corre, l’opera si è fatta concetto, tutto è spiegazione, poco è esperienza.
Il visitatore si trova davanti a un estintore appeso al muro e, prima ancora di capire se è parte dell’impianto antincendio o dell’opera, arriva la targhetta: Untitled 2020 … e lì scatta la rassegnazione.
Non è snobismo rifiutare ciò che non comunica. E’ desiderare che l’arte torni a parlare al cuore, non solo ai cataloghi delle gallerie. Forse non è l’arte contemporanea a non piacere ma la sua perdita di autenticità, la sua freddezza concettuale, l’assenza di quel gesto sincero che un tempo univa artista e spettatore in un unico respiro.
Non sto invocando un ritorno nostalgico all’arte ottocentesca, né disprezzo la ricerca o la provocazione. Credo soltanto che la provocazione non basti e che il concetto da solo, senza la mano, resti sterile. Quando guardo un’opera mi piace percepire la presenza di chi l’ha fatta, non solo l’idea di chi l’ha pensata.
Eppure, qualcosa mi dice che l’arte contemporanea non faccia davvero schifo. Forse c’è solo un pò di stanchezza nel doverla capire a tutti i costi. A volte mi piace immaginare che il prossimo capolavoro non sarà un’installazione da milioni di euro, ma una firma sincera tracciata con un gesto vero, magari imperfetto ma autentico.
In fondo, anche nel mondo dell’arte, la bellezza nasce sempre da un movimento dell’anima e non da un comunicato stampa”.
p.s. caro artista contemporaneo, possiamo parlarne?