Il nudo nell’arte concettuale

un pò di corpo, per favore

Un tempo il nudo era il re dell’arte: marmoreo, luminoso, glorificato; il tempo in cui la carne era divina, l’estasi era un diritto naturale e la musa faceva quello che hanno fatto per secoli: ispirare, posare, tacere e far svenire gli artisti.

Poi è arrivata l’arte concettuale e il nudo non ha più capito cosa doveva fare.

Il nudo classico era tutto: carne, desiderio, divinità, ferita, caducità. Nell’arte concettuale il nudo sembra diventato un codice, un segno, un pretesto per dire altro. Il corpo resta ma la carne scompare. L’estasi viene sterilizzata, decostruita, icasticamente negata.

Dov’è finita l’estasi? E soprattutto dov’è finito il nudo? Il nudo concettuale è fascino glaciale. Niente ombre morbide, niente curve pericolose, niente estasi che ti trascina via. Il concettuale mostra l’idea del corpo nudo come una specie di fantasma epidermico, un corpo che c’è solo per ricordarci che non dovremmo guardarlo troppo.

Forse l’arte concettuale ha così paura della sensualità da averla messa ai margini del quadro o dell’installazione, o del pavimento, o della parete bianca. Forse si è dimenticata che l’estasi non è un errore da correggere ma una forma di conoscenza immediata, primordiale, potentissima.

E allora si, il concettuale è sofisticato, colto, pungente. Ma ammettiamolo, quando si tratta di nudo, l’estasi sta aspettando che qualcuno le restituisca un po’ di pelle; il corpo è presente ma non è invitato alla festa; il nudo non basta più, il concettuale passa oltre senza nemmeno guardare; semplicemente non si ferma.

Per il concettuale la nudità è un dato irrilevante, un fenomeno già visto, già discusso, quasi imbarazzante nella sua spontaneità. Perché il concettuale vuole essere cerebrale, strutturato, meta-linguistico: il corpo? Troppo immediato; la pelle? Troppo sincera; l’eros? Terribilmente non mediabile.

Il risultato è paradossale: davanti al nudo – quel soggetto che per millenni ha sedotto, turbato, sollevato interi movimenti artistici – il concettuale tira dritto. Non lo guarda, non lo interpreta, non lo celebra. Lo considera quasi un residuo pre-critico, una reliquia di un’arte che si permetteva ancora di sentire.

L’effetto finale è tragicomico: il nudo resta lì, esposto, vulnerabile, pronto ad essere osservato come tutte le epoche hanno fatto, ma l’artista concettuale va oltre, impegnato a inseguire un’idea più alta, più fredda, più astratta.

E la musa? Non ispira più, collabora, è multitasking, performer, attivista, movimento politico, non si limita ad essere guardata; il pittore ottocentesco si è dissolto come un pigmento economico e lei, contemporanea, resiste insieme all’estasi ma, ha perso la password.

Erotismo? No grazie, siamo concettuali.