
Ci sono artisti che passano la vita cercando una propria voce e poi c’è Wolfgang Beltracchi (Fischer) che ha passato la sua a parlare con la voce degli altri e così bene da convincere musei, collezionisti, case d’asta e critici davanti a capolavori autentici. Non falsi. Autentici.
Perché Beltracchi non “copiava” quadri famosi, lui dipingeva opere che altri artisti avrebbero potuto dipingere, ma che non avevano mai fatto. E questo è stato il suo colpo di genio e di diabolica raffinatezza. Non vero falsario in senso stretto, quindi, ma un autore “parallelo”, un artista che dipinse i sogni degli altri e li vendette come veri.
Il mercato dell’arte è pieno di copie, Beltracchi invece si muoveva in un’altra dimensione: del verosimile perfetto. Inventava quadri “perduti” di Max Ernst, Campendonk, Derain, Léger … ne studiava lo stile, la tavolozza, le crepe della tela, le abitudini pittoriche, i supporti, i pigmenti, perfino la polvere delle soffitte dove – secondo la storia inventata – quei quadri erano stati dimenticati per decenni.
E poi li dipingeva. Non li imitava, li continuava. Come se fosse entrato nella mente di quegli artisti e avesse detto “ Tranquilli, ci penso io. Vi porto avanti la carriera”.
Per noi firmologi d’arte, Beltracchi è un caso da manuale: le firme c’erano, erano convincenti, erano perfette, ma non erano la vera trappola; la vera trappola era il contesto narrativo: provenienze inventate, collezioni fittizie, fotografie d’epoca, storie familiari credibili. Il mercato non compra solo quadri, compra racconti. E quando il racconto è buono, la firma smette di essere controllata e comincia ad essere creduta.
Beltracchi ha venduto milioni di euro di opere false a persone convinte di comprare la verità e questo non dice solo chi fosse lui, dice anche chi siamo noi davanti all’arte, perché il suo successo rivela una verità inquietante: il mercato non vuole solo autenticità, vuole conferme emotive; vuole sentirsi dire che sta guardando qualcosa di importante; vuole l’aura, non la prova e se l’aura è ben costruita, la prova passa in secondo piano.
Il paradosso più crudele è questo: Beltracchi è un pittore di talento vero, ma non potrà mai essere semplicemente “Beltracchi”; è un autore che non può firmare le sue opere come sé stesso, perché la sua identità è diventata la sua colpa; un artista che ha dipinto benissimo ma sempre nei panni degli altri; come se avesse scelto di essere geniale ma invisibile. Indossa le vesti di altri artisti da vero camaleonte, dipinge opere che loro non hanno avuto il tempo di fare, riuscendo ad entrare nella loro vita, nella loro storia personale, nei loro desideri.
Una geniale carriera da falsario, quindi, iniziata molto presto e continuata con la complicità della moglie Helen Beltracchi – di cui ha assunto il cognome – dando vita ad una coppia capace di inventarsi un impero senza precedenti; ciò che li ha resi diversi da altri falsari è stata la perizia con cui sono state preparate le narrazioni sulla provenienza delle opere: insieme riuscirono a piazzare sul mercato tele per un valore di 35 milioni di euro.
Poi ad un certo punto “l’incidente”: un errore banale, tracce di titanio bianco incompatibili con il periodo di vita relativo alle opere di autori che lui realizzava e così, in seguito ad analisi scientifiche sulla tela “Quadro rosso con cavalli” attribuita a Campendonk, iniziano le investigazioni e Beltracchi viene condannato insieme alla sua compagna.
Oggi, tornato in libertà dopo aver scontato la sua pena, si è stabilito in Francia insieme alla moglie e dipinge, questa volta, usando il proprio nome, ma con quale morale? Genio o criminale? L’opinione pubblica si divide sulla sua storia che ci obbliga a prendere atto di quanto sia vulnerabile il mondo dell’arte e dell’attribuzionismo; fortunatamente oggi le verifiche sono più attente, puntuali, severe nonostante il mondo sommerso del falso d’artista, resti un capitolo annoso che persiste e che, ammettiamolo, per molti versi affascina.