Vernissage à volonté:

vernissagge
l’arte di fingere interesse tra un calice e un canapé

Antropologia spicciola dei vernissage, anche mangiare a ufo è un’arte

C’è un momento nella vita di ogni appassionato d’arte, in cui si smette di guardare i quadri e si comincia a guardare i vassoi. E’ il momento in cui l’arte contemporanea incontra la fame atavica e il vernissage diventa il campo di battaglia dei veri intenditori: quelli del buffet.

Appena varchi la soglia della galleria, ti accoglie un cameriere in equilibrio zen tra flute e tartine. Sullo sfondo, un artista assorto spiega la sua installazione (un mucchio di sedie rovesciate illuminate da una lampadina sospesa) ma nessuno ascolta: la folla è già strategicamente disposta attorno al tavolo del catering, come i pianeti intorno al sole.

C’è l’esperto di finger food che cita Kandinsky tra un gambero e un crostino; la signora con cappello che sorseggia prosecco parlando di “energia vibrazionale dei colori” e poi il giovane gallerista, armato di sorriso professionale, che tenta invano di convincere qualcuno che “il concetto supera la forma”. Ma la forma, quella del bicchiere, resta sempre piena.

Intanto, un visitatore distratto si ritrova di fronte all’opera principale – un telaio nudo con un chiodo – e, tra un morso e l’altro, mormora “interessante la scelta del vuoto come spazio espressivo”. In realtà cercava solo il bagno.

Per i professionisti della vernice e dall’occhio allenato, la popolazione dei personaggi immancabilmente presenti sono catalogabili in 8 tipologie ben distinte (il numero dell’infinito)

. Il Collezionista vacuo – si aggira con aria sapiente, ma non distingue un olio da un acrilico. Ripete parole come “valore di mercato” e “pezzo interessante”, sempre guardando se lo fotografa qualcuno.

. La Critica interiore – è lì per criticare tutto; l’illuminazione, l’allestimento, perfino i bicchieri di plastica del buffet. Nessuno la conosce, ma lei conosce tutti.

. Il Curatore guru – parla come un oracolo, pieno di termini incomprensibili (interstizialità, dispositivo di senso). Gli altri annuiscono fingendo di capire.

. La Musa instagrammabile – non guarda un’opera, guarda la luce per il selfie. La sua performance artistica è il reel di 15 secondi che posterà con la caption “arte è vita”.

. L’artista incompreso – sta in un angolo cupo, convinto che nessuno capisca la sua ricerca. In realtà tutti lo evitano perché parla solo di sé.

. Il Vecchio mecenate – sorride sornione e ripete ” ai miei tempi l’arte aveva un’anima”. Intanto riempie il piatto di tartine e il bicchiere di bollicine.

. La Giovane promessa – distribuisce biglietti da visita come fossero confetti e dice ” sto lavorando a una serie sul concetto di assenza”, ma nessuno ha mai visto un suo quadro.

. Il Gallerista funambolo – sorride, media, finge interesse per tutti, ma nella testa fa i conti; quanti quadri, quanti assegni, quante chiacchiere ancora prima di chiudere.

Alla fine, tra un calice e un selfie con l’opera che nessuno ha guardato davvero, il vernissage si dissolve. L’arte resta sul muro, il buffet nel ricordo e i soliti noti già pronti al prossimo evento imperdibile. Forse l’unico vero capolavoro è la loro “faccia tosta”, perché per loro una vernice è un sogno, è l’impressione di aver partecipato a un rito dove l’arte è il pretesto e l’apparenza la liturgia.

Ma in fondo, anche questa è una forma d’arte, effimera, vanitosa, irresistibilmente umana, dove l’artista ringrazia, la galleria brinda e il buffet piange, nudo come la tela del concetto … a volte si, nei vernissage non si digerisce l’arte ma almeno si mangia benissimo.