
Entrammo nel museo come due attori che stanno per provare una scena importante, quella in cui nulla è ancora successo ma tutto potrebbe accadere. Il nostro era un primo incontro, di quelli in cui si cammina affiancati cercando di non far rumore né con le parole né con i passi.
Le sale, silenziose come chiese senza fede, ci accolsero con il loro odore di vecchia colla e luce filtrata. Lui avanzava con quell’attenzione esagerata di chi teme di apparire ignorante anche agli affreschi. Io lo osservavo di lato, chiedendomi se per caso avesse studiato la sera prima, come uno studente incerto che si prepari a un’interrogazione.
Poi avvenne l’incidente.
Passammo davanti ad una tela poderosa dall’iconografia che alle 10 del mattino funziona come un caffè doppio: o ti sveglia, o ti stende. Nel quadro, che nessuno dei due ovviamente conosceva, la testa mozzata di un uomo, retta da una figura dalle probabili sembianze femminili: un gesto sicuro, un braccio saldo, un’espressione che non cercava perdono né spiegazioni. Era un quadro che non si limitava ad essere guardato: ti puntava addosso qualcosa, un giudizio, un interrogativo, forse una colpa. In quell’istante entrammo entrambi in un territorio mitico.
Lui si irrigidì, lo vidi. Prima un tremito minuscolo, poi una sfumatura di bianco sulle labbra e infine quell’oscillazione lenta da pianta alta che sta per cadere ma non vuole farlo davanti al giardiniere. E così si accasciò al suolo con la lentezza teatrale di chi cerca di non rovinarsi la reputazione mentre sviene. Spento, come un interruttore girato al contrario.
Il custode, esperto di queste tragedie, mormorò “Sarà la sindrome di Stendhal, capita spesso”. Una diagnosi comoda, quasi elegante, ma io sapevo che non era quello, non era shock estetico, era lo shock archetipico. Perché certe immagini non ti colpiscono, ti rivelano; non ti fanno male, ti chiamano; non ti confondono, ti obbligano a guardare chi sei quando gli archetipi ti passano accanto senza preavviso: è un rito di passaggio involontario.
Io intanto riguardai il quadro, quella figura così fiera, così calma, così’ padrona del suo gesto irreversibile. Pensai se dare un’ultima possibilità a Stendhal, ma ero sempre più convinta che fosse qualcosa di più antico, più profondo: l’eco di un archetipo, di una forza che non aveva previsto.
Quando finalmente riaprì gli occhi, mi guardò come se avessi brandito io la spada del dipinto.
“Mi dispiace” mormorò.
“Non preoccuparti – risposi sorridendo appena – “l’arte colpisce ognuno a modo suo“; non gli dissi che forse non era il quadro ad averlo colpito ma l’idea che potesse piacermi proprio quel quadro. Forse era la scoperta che anche una tela può rivelare qualcosa che non si era pronti a vedere.
Uscimmo dal museo in silenzio. Lui camminava accanto a me con passo misurato, come se ogni scultura potesse aggredirlo. Io sentivo invece una strana tenerezza: la fragilità che si rivela a tradimento è molto più onesta della forza ostentata. Mi chiese se volevo rivederlo.
“Vediamo” risposi. Non era una risposta evasiva, era il rispetto dovuto a chi ha appena iniziato a dialogare con il proprio mito interiore e poi, in fondo, certe emozioni, come certi quadri, vanno riguardate con la giusta luce.