
Da giovane sognavo di diventare un pittore bohémien. Oggi faccio il cassiere all’Esselunga.
Nei mei vent’anni ero certo: diventerò un artista bohémien, esporrò a Montmarte, parlerò di luce naturale e la gente userà parole come “visionario“, “geniale“, “incompreso“; già mi vedevo così, barba incolta, un sottotetto parigino con lucernario, io lì a dipingere fino all’alba, bevendo vino scadente ma con l’aria ispirata dei maledetti. Io spirito inquieto, pronto a rivoluzionare la pittura contemporanea, con pennellate ardite, visioni febbrili e una vita dissoluta.
Mi aggiravo per le strade sperando che qualcuno mi fermasse per chiedermi “sei un artista, vero? Si vede!.
Poi il destino ha parlato, con la voce della mia personale collezionista di anime, una donna in tailleur grigio con lo sguardo di chi misura le persone con il metro della praticità “cerchiamo cassieri, turni flessibili. Ti va?“
“NO! il mio destino è Parigi! E’ la gloria! E’ la sregolatezza!“.
Il mio atelier ora si chiama corsia 7 e la mia vita artistica un pò si è trasformata: prima dipingevo tele, ora passo codici a barre; prima osservavo le luci sui volti, ora cerco la signora che ha nascosto l’avocado nella borsa.
Chissà cosa direbbe Toulouse-Lautrec se mi vedesse?
Eppure, qualcosa dell’artista è sopravvissuto, perché il pittore bohémien osserva l’essenza della vita come io le promozioni, perché la bohème non è un luogo ma un modo di guardare il mondo e la mia opera più riuscita è trovare la poesia in uno scontrino di carta termica. Forse non ero destinato a stare nei musei ma, in fondo, cos’hanno poi di così speciale gli artisti?
Passano la vita ad inseguire l’ispirazione, a cercare la luce perfetta, a tormentarsi su un’ombra, a dipingere per un pubblico che arriva sempre troppo tardi o per un critico che non capisce mai abbastanza. Io invece no, la vita la vedo scorrere davvero, mi passa davanti ogni giorno sul nastro trasportatore …