“Disturbo”? E’ arte

La provocazione nell'arte
La provocazione è l’ultimo vero pennello

La provocazione nell’arte non entra in punta di piedi. Arriva come un colpo di scena, come un fiammifero acceso in una stanza piena di polvere; perché l’arte quando decide di provocare non chiede permesso: obbliga, spinge, capovolge.

Noi, spettatori addomesticati dall’abitudine, viviamo in un mondo dove tutto scivola – parole, immagini, emozioni – la provocazione è l’unica lama che ancora incide, che interrompe il flusso. E’ un gesto teatrale, quasi un duello: l’opera da una parte, il pubblico dall’altra. Due sguardi che si affrontano. Chi arretra per primo? L’unico modo per catturare la nostra attenzione è scuoterci.

La provocazione nell’arte non è un capriccio, né un vizietto da enfant terrible dell’accademia; è un motore, una sveglia, una mano che scuote una spalla quando ormai si dorme da troppo tempo e, si sa, gli esseri umani hanno un vizio antico, si assuefanno, a tutto, anche al bello.

E allora entra in scena lei, l’arte che reagisce, lo fa come può, come ha imparato a fare: disturba.

Disturba per far pensare, per far deviare la rotta, per far inciampare lo sguardo stanco, saturo di estetiche preconfezionate da rendere invisibile qualsiasi gesto neutro. L’arte spinge un po’ più in là il limite, scorticando la superficie, entrando in quella zona scomoda dove nasce l’autentico cambiamento percettivo.

La provocazione funziona perché bypassa la mente e colpisce il sistema nervoso; prima senti il pugno nello stomaco, poi pensi, sotto un cortocircuito che rimette in moto l’attenzione e spalanca il significato. Serve perché senza uno strappo, la tela dell’abitudine non lascia filtrare alcuna luce e allora … ecco il miracolo del sipario che apre all’improvviso su qualcosa che non volevamo o non ci aspettavamo di vedere.

Se un’opera ti infastidisce, ti urta, ti mette a disagio, non è lei il problema.