La ballerina che divenne un dolce

La ballerina e il pasticcere

Mi chiamo Anna Pavlovna Pavlova e sono una ballerina; ora a quanto parte, anche un dolce. Non nego di aver sempre avuto un certo appeal: piume, tutù, dramma calibrato, arabesques che sfidano la gravità. Ma diventare una torta?

Ricordo la scena.

Ero in tournée, stanca come una farfalla che ha fatto 14 ore di volo senza scalo. Entro in un albergo e mi viene incontro il pasticcere, che mi guarda con aria ispirata e sognante “Madame Pavlova, vorrei creare un dolce per rendere omaggio alla sua leggerezza”.

Leggerezza”, quella parola mi segue ovunque. Lo vedo che inizia a prendere appunti sul suo taccuino. “ Croccante fuori” “Morbido dentro” “Nuvola temperata” … Qualche giorno dopo, mentre provo un grand jeté, lo vedo correre verso di me brandendo una ciotola come fosse un calice sacro.

Madame, ho trovato la combinazione perfetta! Croccante come la sua disciplina, soffice come il suo cuore, bianca come il suo tutù e con frutti rossi perché mi sembrava poetico”. Io lo guardo. Lui mi guarda. Il tempo si ferma.

In sottofondo credo di sentire un coro di albumi montati a neve. Una torta con il mio nome! Ancora oggi non so se ringraziarlo o citarlo per appropriazione dolciaria. Ma ogni volta che penso a quella meringa un po’ mi commuovo, perché in fondo, poche cose al mondo sono più belle di essere ricordate come qualcosa che rende felici gli altri e se si deve essere trasformati in dolce, almeno che sia un dolce con carattere, con una storia e una certa leggerezza teatrale.

Non tutte le ballerine sono finite nel mito, io sono finita nel menù.